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Rilassa la chiappa


Mia moglie mi prende talvolta in giro perché, a detta sua, amo soffrire; infatti, le rare volte che ho mal di testa difficilmente prendo un antidolorifico, e quando ho la febbre resisto più a lungo che posso senza assumere un antipiretico.

E’ vero: ritengo che la nostra società non tolleri in alcun modo la sofferenza, in particolare quella fisica, e le case farmaceutiche appoggiano alla grande questo modo di vedere.

Tuttavia rigetto con fermezza l’accusa di masochismo, e voglio qui delineare per sommi capi la mia arringa difensiva; a tal proposito, mi sembra di poter individuare due tipi di sofferenza: una primaria, utile ed ineliminabile, ed una secondaria, decisamente dannosa e da evitare.

Ti faccio un esempio.

Una volta, quando ero bambino, dovetti fare per una intera settimana le iniezioni di antibiotico; ero terrorizzato dall’ago, ed i minuti prima del tragico evento erano intrisi di sofferenza, molto più del breve istante della punturina.

I miei muscoli si raggrumavano un unico fascio teso, e ricordo le raccomandazioni di mia madre: rilassa la chiappa, tieni il muscolo morbido, altrimenti l’ago non riesce a penetrare, e sentirai molto più dolore!

Tralasciando i dubbi sull’efficacia di un consiglio così formulato, ti domando: qual era la causa della mia tensione muscolare? Evidente: il rifiuto della sofferenza; l’iniezione era fonte del dolore primario, quello inevitabile, utile; la resistenza che vi opponevo era fonte del dolore secondario: inutile e molto più acuto e prolungato del primo.

dolore

Riesco a spiegarmi? Il dolore secondario è in qualche modo un derivato di quello primario, ed emerge dalla nostra mancata accettazione di quest’ultimo.

Questa analisi è applicabile anche ai casi di sofferenza emotiva; supponi ad esempio di avere un litigio con una persona che ti provoca nell’immediato un forte malessere. Una volta lontano dalla situazione conflittuale, tuttavia, rifiuti di accettare che le cose siano andate in quel modo, e continui a rimuginare per tutta la giornata e anche oltre su quanto è successo; in pratica replichi nella tua testa una simulazione dell’accaduto, ed il malessere si protrae molto più a lungo del dovuto.

Perché? Semplice, perché rifiuti la sofferenza, anche a posteriori! Se, dopo il litigio, avessi accettato le cose per come sono andate, non ti saresti fatto del male aggiuntivo ed in modo totalmente gratuito.

Per tornare al punto di partenza: non prendo l’antidolorifico o l’antipiretico (finché riesco a resistere) perché ritengo che il dolore che sto provando abbia una propria ragion d’essere: la febbre alta, ad esempio, ha la funzione di stimolare il sistema immunitario, e finché resta entro limiti ragionevoli è alquanto utile; sono convinto che contrastarla sospenda solo temporaneamente la sofferenza e si traduca in un suo sostanziale prolungamento a livello globale.

Inoltre il dolore, sia esso fisico o emotivo, è un messaggio del corpo: occorre imparare a ascoltarlo, non zittirlo sul nascere; accettarlo per quello che è, senza aggiungerci nulla di più, ci preserva da una sua recrudescenza al livello di simulazione mentale.

Insomma, come si dice, non tutti i mali vengono per nuocere, e spesso opporre resistenza può essere molto, molto più doloroso che lasciare andare.

La resa


Mi è capitato di sentire o leggere più volte che la nostra principale fonte di sofferenza è la mancata accettazione di ciò che fa parte della vita, e che la via per raggiungere la pace debba passare attraverso la resa.

Ho sempre guardato con una punta di sospetto questo approccio, perché ritengo invece giusto e buono lottare per ottenere ciò che si vuole, altrimenti si scivolerebbe nella rassegnazione e nell’abbandono totale.

Che vita sarebbe, passiva e senza obiettivi? Sdraiati mollemente sul divano in canottiera, birra in mano davanti alla TV, una fila di caccole nasali appiccicate sotto il bracciolo, in attesa che arrivi l’ora di andare a dormire.

Dopo una serie di riflessioni sono però arrivato alla conclusione che non avevo capito affatto che cosa si intendesse per resa, e vorrei cercare ora di spiegarti quella che per me è la giusta chiave di lettura.

Supponi di essere su un sentiero in montagna, ai piedi di un dirupo, e che dall’alto si stacchi un pesante sasso che inizia a rotolare verso di te. Che fai? Rimani lì, appellandoti alla pretesa che quel sasso avrebbe dovuto rimanere al suo posto (come si è permesso di muoversi!), oppure ti sposti per evitare di rimanere schiacciato?

Io in proposito non ho dubbi, mi sposterei. Perché? Ma ovvio, perché avrei accettato il fatto che il sasso si è staccato, e sarei passato alla fase successiva: appurato che sta cadendo verso di me, cosa fare per evitare danni?

E sono convinto che, nell’urgenza del pericolo imminente, tu faresti altrettanto, perché la tua mente non avrebbe il tempo di interferire con quella forma di intelligenza che si preoccupa della tua sopravvivenza, che agisce molto più velocemente.

Questa è la resa: accettare lo status quo. Che non implica restare inerti nella rassegnazione. La sofferenza emerge quando ti impunti, nell’assurda pretesa che quel sasso non avrebbe dovuto cadere. E rimugini su quanto sei sfortunato, inveisci contro la vita matrigna, colpevolizzi te stesso o altri, invidiando chi non si trova in quella scomoda situazione. E rimani immobile a lamentarti mentre il sasso rotola.

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La differenza è sottile, ma sostanziale, non trovi? Arrendersi al fatto che il sasso si è staccato è l’unica via sensata; da quella partirà poi tutta una serie di azioni correttive che ti porteranno ad evitare danni, e, anzi, forse a scorgere un sentiero più agevole che non avevi visto in precedenza.

Ma scendendo ancor più in profondità: dove si nasconde la reale differenza fra resa e rassegnazione? Io credo che tutto sia imperniato sul concetto di momento presente.

Arrendersi significa accettare che ora, in questo preciso istante, le cose stanno così e non possono essere cambiate!

Il che non ha nulla a che fare col rassegnarsi senza intraprendere alcuna azione per fare in modo che domani, o fra cinque minuti, o fra un anno, le cose cambino!

Facciamo un altro esempio: dovevi uscire con gli amici, e invece devi stare chiuso in casa perché hai la febbre alta. Da dove nasce il senso di frustrazione che provi? Ovviamente dal fatto che vorresti che ora, in questo preciso istante, le cose fossero diverse. Ti rendi conto di quanto sia assurdo tutto ciò?

Ora, in questo preciso istante, le cose non possono essere che come sono ora, in questo preciso istante.

Lapalissiano, evidente. Eppure ti ostini a non accettarlo!

Resa significa accettare lo status quo, rassegnazione significa accettare che rimarrà così per sempre; sono cose diverse, eppure troppo spesso si confondono.

Dunque la soluzione è evidente: arrenditi al flusso della corrente della vita, lasciati trasportare, non puoi che muoverti verso valle! Abbandona la pretesa di restare immobile in un punto, è irrealistica: devi lasciarti trasportare; questo non ti impedirà tuttavia di muoverti di volta in volta un poco a destra o un poco a sinistra, cambiando anche di molto la tua posizione nel grande torrente in cui ti trovi, al fine di evitare pericolose collisioni o, perché no? di catturare succulenti pesci!