L’amore della vita per me è grande, ma a volte non ho la forza di sopportare sensazioni così forti.
Parole e musica di Marco Perasso, Licenza Creative Commons.
Rem Do Rem Do
Rem Lacrima di sole sopra un viso di bambina do accendi il vuoto di parole della buia mia cantina Fa ti nascondi accoccolata, dolce micia nel fienile La e rischiari la mia vita con i tuoi raggi di aprile Sib che riscaldano il mio petto, quasi a farmelo scoppiare, Fa la fusione con il tutto Do non sai quanto può far male
Fa E allora lasciami stare, fammi dormire Do voglio solo riposare, rifugiarmi nel torpore Rem forse al limite soffrire, ogni trucco può andar bene La se mi riesce a riparare dalla furia del tuo amore
Fa Ti prego fammi allontanare, si lo so che mi vuoi bene Do ma ho bisogno di respirare, il tuo ardere sublime Rem mi impedisce di sentire, di pensare, di sbagliare La e ora l’unica difesa che è rimasta è vomitare
Sib Fa do troppa luce certe volte può impedire di vedere
Rem Buio che mi acceca come un’onda di rugiada do questa tua voce suadente mi fa perdere la strada Fa dammi un altro po’ di tempo per capire ciò che sono La al riparo dal tuo vento che mi avvolge come un tuono Sib dammi ancora l’illusione che io possa esser qualcuno Fa e poi abbracciami dolcemente Do e riportami nell’uno
Fa ma adesso lasciami andare, si lo so che mi vuoi bene Do ma ho bisogno di camminare, il tuo amore può aspettare Rem voglio ancora faticare, e cadere e risalire La solo allora potrò aprire la mia porta al tuo calore
Sib Fa do solo allora sarò pronto per lasciarmi addomesticare
Un tema di particolare attualità in questi mesi è quello dell’intelligenza artificiale che, seppure solo di sponda, tratto anche nel mio libro laddove descrivo il processo di formazione dei modelli mentali visto con l’occhio dell’informatico.
Sono in molti a pensare, a partire dagli studiosi del settore, che presto le macchine diventeranno più intelligenti degli esseri umani, ed è strisciante la preoccupazione che proprio per questo ci soppianteranno.
Il mio punto di vista, da umile programmatore per nulla esperto di questa nuova frontiera della tecnologia, è che si stia fortemente limitando il concetto di intelligenza, oltretutto non considerando ciò che a mio avviso è il vero nocciolo della questione.
Personalmente non mi preoccupo del fatto che le macchine diventino intelligenti come gli umani, ma che gli umani diventino stupidi come le macchine (quelle attuali).
Ci stanno infatti insegnando, e a noi peraltro viene molto comodo, a rinunciare al pensiero critico individuale in favore di soluzioni, procedure, protocolli comportamentali calati dall’alto.
In altri termini, ci stanno programmando e abituando a dimenticare il libero arbitrio.
Numerosi sono gli esempi: la certificazione ISOnovemilaquelchel’è in azienda prevede che i processi produttivi vengano standardizzati e formalmente codificati, perché solo così si possono garantire prodotti di qualità; non mi è chiaro che spazio rimane, in tutto questo, per la creatività e la libera iniziativa del singolo; sta di fatto che il collaboratore che si attiene pedissequamente alla procedura, senza porsi troppe domande, è per definizione nel giusto e nessuno gli potrà mai muovere un appunto.
Lo stesso dicasi, in campo medico, per il clinico che applica ciecamente il protocollo sanitario, in barba al giuramento di Ippocrate col quale si è impegnato ad “esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento rifuggendo da ogni indebito condizionamento”.
Per non parlare dei programmi ministeriali in campo educativo e della famigerata spada di Damocle degli algoritmici test INVALSI.
Insomma, è vero che umani e macchine si stanno sempre più assomigliando, ma in maggior parte a causa della crescente demenza umana.
Riconosco la comodità di vivere in un mondo privo di preoccupazioni e decisioni da prendere, un mondo in cui non serva trovare la forza per dire e sostenere un deciso “NO!”, all’occorrenza.
Ma questa è la strada che porta a diventare sostituibili da una macchina, da bravi esecutori di algoritmiche procedure. Come è peraltro già accaduto agli alienati operai nelle catene di montaggio.
Prendo spunto da uno dei temi trattati nel mio libro, in merito al fenomeno della generalizzazione, per affrontare un argomento di particolare attualità in questi ultimi anni: la scienza e il metodo scientifico.
Molti si abbandonano a una facile ironia scrivendo Scienzah con l’acca (come Deborah, ma questa è un’altra storia) per sottolineare il fatto che numerosi sedicenti scienziati, ben lungi dall’essere motivati da un sano desiderio di scoperta, siano invece asserviti ai poteri forti della finanza globale, producendo risultati tutt’altro che indipendenti dai soliti obiettivi di massimizzazione del profitto.
Ma non è questo il ginepraio in cui voglio addentrarmi con questo articolo, nel quale parlerò invece di scienza ‘pura’ e di scienziati in assoluta buona fede che applicano il metodo scientifico così come fu definito a suo tempo da Galileo.
In cosa consiste il metodo scientifico?
Detto in soldoni, non è sufficiente avanzare qualche ipotesi che descriva il mondo affinché questa sia vera, ma è necessario sottoporla a verifica sperimentale, ossia alla prova empirica dei fatti. Una delle condizioni essenziali è che le prove devono essere ripetibili, ed ecco il collegamento col tema della generalizzazione di cui sopra.
Esistono fenomeni che ben si prestano a questo tipo di approccio, essendo più o meno facilmente ‘riproducibili in laboratorio’, come la caduta di un grave, una reazione chimica, la dinamica di un fluido.
Ne esistono però molti altri che sono unici nella loro natura, pertanto non ripetibili e quindi non descrivibili col metodo scientifico. Ciò non toglie che questi fenomeni esistano, e direi che sono pure assai numerosi!
Un conto è credere nella scienza, altro conto è non credere a nulla al di fuori di ciò che la scienza riesce a descrivere e spiegare; il bisogno di struttura e di certezza porta invece spesso a cadere nell’approccio più conservativo arrivando a concludere: ciò che non posso descrivere attraverso una generalizzazione non è meritevole di attenzione e forse addirittura non esiste.
Questo atteggiamento è comprensibile, in quanto favorito da esigenze pratiche; se ogni mattina esco di casa per recarmi in ufficio è perché implicitamente faccio affidamento sulla ragionevole idea di trovarlo ancora là dove me lo aspetto, basandomi sulla generalizzazione: se c’è stato negli ultimi n-1 giorni, lo troverò anche l’n-esimo.
In assenza di queste assunzioni, non potrei assolutamente muovermi nel mondo circostante, ma ribadisco che un conto è dire: “li uso come strumenti”, ben altro è: “non esiste altro all’infuori di questo”.
L’esempio per me più lampante è quello dei figli: applicare le generalizzazioni del metodo scientifico con le relazioni umane, in particolare con un figlio, è oltremodo dannoso, e lo affermo per esperienza (ommaigosschhh… sto facendo una generalizzazione?!?).
Ogni individuo è speciale nella sua unicità, e la conoscenza maturata con n-1 figli serve assai poco con l’n-esimo, al di fuori di questioni eminentemente pratiche come il cambio di un pannolino.
Conclusione scoppiettante e vagamente fuori tema: genitori navigati che vi relazionate con future o neo puerpere, ricordatevi dell’undicesimo comandamento e fatevi una bella padellata di affari vostri!