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Analogico o digitale? Ovvero: olismo o riduzionismo?


Questo articolo vorrebbe declinare in parole un pensiero che ho nella testa, ma il contenuto stesso di quanto desidero trasmetterti mette in discussione la possibilità che io riesca a farlo… insomma mi trovo di fronte ad un paradosso, ad ogni modo ci provo.

Qualche giorno fa ho assistito ad una conferenza al festival della scienza nella quale si raccontava degli strumenti matematici, e dei rispettivi scopritori, di cui Einstein si è avvalso per dimostrare la sua teoria della relatività; al termine, al consueto giro di domande da parte del pubblico, una mi è sorta spontanea: perché mai il linguaggio matematico si presta così bene a descrivere i fenomeni fisici? In altri termini: perché la natura comunica con noi attraverso il linguaggio della matematica?

Le risposte dei relatori mi hanno convinto della affidabilità di questo strumento, ma non hanno dato ragione del perché, né mi aspettavo che fosse possibile farlo: in effetti la domanda sconfina molto nel campo delle speculazioni filosofiche più che della scienza.

Argomento archiviato; senonché stamattina, parlando di tutt’altro con mia moglie, è venuta fuori questa considerazione: secondo i recenti studi di fisica quantistica, che hanno poi riscoperto in forma nuova tradizioni e conoscenze millenarie, il mondo sarebbe un sistema unitario, olistico, di cui noi facciamo parte; la nostra sofferenza discenderebbe quindi unicamente dal fatto che noi ci sentiamo separati da esso, e non parte integrante.

nubi sole

 

Secondo questa visione percepiamo il mondo come noi da un lato, gli altri dall’altro; il tutto viene scomposto in parti, ma è solo un’operazione di comodo, la realtà è ben diversa.

E perché mai abbiamo bisogno di questa suddivisione? In altri termini: perché abbiamo l’esigenza di introdurre una separazione dove non esiste al fine di lasciar emergere la comprensione nel nostro campo di consapevolezza?

Detto diversamente: la realtà è analogica, un tutto unico, e noi dobbiamo vederla come digitale per poterla comprendere; lo stesso linguaggio verbale che usiamo per descriverla viene definito digitale, proprio perché scompone in pacchetti la realtà creando degli scomparti (di comodo, artificiali) e appiccicandovi sopra delle etichette (‘libro’, ‘sedia’, ‘fame’, e così via), a differenza di un disegno che invece descrive la realtà per analogia.

Insomma, la realtà è un fenomeno continuo che noi approssimiamo con un modello discreto.

Sembrerebbe che per poter interpretare il mondo, e comunicarlo ad altri, una parte del nostro cervello (l’emisfero sinistro) abbia bisogno di questa operazione di digitalizzazione, un po’ come un’immagine viene scomposta ed impacchettata in sequenze di bit e byte per poter essere trasferita attraverso l’etere da un cellulare all’altro.

Improvvisamente, con mia grande sorpresa ho notato come questa osservazione fosse di fatto la stessa, anche se vista da un’altra angolazione, che feci giorni addietro alla conferenza: la matematica non è altro che un processo di digitalizzazione della realtà di cui ci serviamo per poterla interpretare e, per qualche strana ragione, noi non saremmo in grado di comprendere il mondo senza questa preliminare operazione di ‘scomposizione in fattori’.

O meglio: è la nostra mente razionale, quella che ci fornisce la consapevolezza di esistere, ad averne bisogno; il nostro senso del sé necessita di approssimare la realtà analogica con un modello digitale, artificioso, al fine di interagire con esso. Ma è solo un artificio, in ultima analisi un’illusione!

Questa considerazione mi affascina non poco, e mi chiedo se possa esistere una strada per arrivare a comprendere senza usare questa finzione: sento in cuor mio che la risposta è affermativa, e che la strada in questione porta ad una sorta di illuminazione liberatoria e catartica, ma so che nel momento in cui la trovassi, per sua stessa natura, mi troverei nell’impossibilità di descriverla utilizzando gli strumenti digitali di questo blog: ti invito perciò a trovare la tua personalissima via per capire come è fatta la realtà che ti circonda, al di là della matrix.

La mappa


Ieri mattina ero fermo in coda sulla strada che mi porta al lavoro; riflettevo oziosamente sulle numerose volte, nel corso degli anni, in cui mi sono trovato a passare in quel punto.

Poi, improvvisa, la riflessione: io non sono mai passato di lì, quella era la prima volta!

Già, perché come dice Einstein, lo spazio separato dal tempo non esiste, ma esiste lo spaziotempo; ed allora, considerata la faccenda da questo punto di vista, io mi trovavo per la prima volta in vita mia in quel luogo spaziotemporale.

In effetti, al di là di sofistiche considerazioni scientifiche, ho notato sul cavalcavia poco più avanti un uomo appoggiato al guardrail che osservava le macchine ferme in fila; a mia memoria, non l’avevo mai visto prima: chiaro indizio della mia sbadataggine, o del fatto che non ero mai stato lì?

E anche la disposizione delle nuvole sopra di me era completamente nuova: ne ho notata una dalla forma bizzarra, mai vista prima, proprio dietro al cavalcavia!

E più mi soffermavo sui particolari, più avvertivo quel senso di novità che rendeva unica la mia esperienza; buffo come il banale ritrovarsi in coda possa portarti, se sei nel giusto stato d’animo, a vivere esperienze illuminanti!

Sai da cosa derivava la mia errata riflessione iniziale? Dal fatto che non si basava sul reale ambiente nel quale mi stavo muovendo, ma su una mia mappa mentale.

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In quella mappa, come in ogni mappa che si rispetti, non c’erano persone, né nuvole, né altri elementi trascurabili dal punto di vista dell’obiettivo per cui è stata creata: raggiungere il luogo di destinazione.

Una mappa in scala uno a uno sarebbe inutile, giusto? Occorre semplificare, tagliare i dettagli, ridurre le dimensioni. Tutto giusto, corretto, utile: ma non va dimenticato che resta una mappa, non va confusa con la realtà.

Purtroppo nella vita quotidiana commettiamo invece in continuazione l’errore di confondere le nostre semplificazioni mentali col mondo reale.

E allora per forza ci si ritrova a vivere una vita piatta, monotona, sempre uguale a sé stessa: invece di guardare là fuori, guardiamo il nostro personale pezzo di carta!

Le semplificazioni ed i modelli vanno usati quando servono, ma non devono assurgere a riferimento assoluto, altrimenti ci limitano.

E se osservi appunto tutte le tue limitazioni, vedrai che nascono proprio dallo scorretto uso delle tue mappe mentali: preconcetti, luoghi comuni, assunzioni mai verificate sulle quali poggi quotidianamente le tue decisioni, che ti accompagnano subdolamente verso la fine della tua vita senza che tu l’abbia realmente vissuta.

Le mappe però danno sicurezza, vero?

La recita della propria vita


Ieri sera ho concluso un corso di recitazione tenuto dal bravissimo Mauro Pirovano, ineccepibile professionista ma soprattutto persona umanamente squisita e dalla sensibilità fuori dall’ordinario.

E’ stata un’esperienza che mi ha arricchito enormemente, ma voglio qui parlare di quello che a mio avviso è stato per me il principale valore aggiunto del corso.

In queste serate Mauro ci ha ripetuto più volte che, per essere naturali quando si recita una parte, occorre cercare di vivere realmente la situazione che si sta portando in scena; il suo consiglio ricorrente è stato: visualizza la scena, perché al pubblico trasmetti l’immagine che stai creando nella tua mente; pensa a come ti sentiresti realmente se fossi in quel frangente, se vuoi essere credibile.

Tutti noi partecipanti ci siamo impegnati in questo ottenendo discreti risultati: a sua detta eravamo molto naturali, in particolare nelle scene improvvisate. Lo penso immodestamente anche io, ma altrettanto immodestamente aggiungo: perfino troppo.

Intendo dire che, almeno per quanto mi riguarda, sfruttando l’alibi della recitazione davo libero sfogo alle mie emozioni, pur se artificialmente costruite, lasciando che fluissero prive di inibizioni e descrivessero fedelmente come sarei stato qualora mi fossi trovato nella situazione portata in scena.

La differenza fondamentale è che nella finzione di queste serate di corso mi sono sentito libero di mostrarmi in pubblico, mentre se il fatto fosse accaduto realmente questo non sarebbe successo: avrei mascherato ciò che provavo per paura di mettermi a nudo di fronte al prossimo, paura che invece non aveva ragione di essere nel momento in cui sapevo trattarsi di palese simulazione.

Capisci cosa voglio dire? Pur nella finzione della recitazione, mi sono mostrato molto più genuinamente al prossimo di quanto lo faccia solitamente nella realtà! Il corso mi ha fatto capire di avere paradossalmente recitato molto più nella vita reale che non su quel temporaneo palcoscenico. Nella vita reale sono finto, sul palcoscenico ero vero!

teatro

Questa considerazione mi ha aperto un mondo: dove sta la realtà, e dove sta la finzione? Chi sono veramente io dunque? Quanto conosce di me – il vero me – chi mi circonda?

La triste verità è che la maggior parte della mia vita è una recita, perché ho troppa paura di scoprire le carte col prossimo; dovevo iniziare un’attività di recitazione, per comprendere che interpreto da sempre un ruolo che non è mio, ma tarato su quelle che giudico essere le aspettative altrui nei miei confronti.

Paradossale, cervellotico, illusorio ma tremendamente reale!

E tu? Come sei messo tu?

Esiste la cucina di casa tua?


Ritieni che sia più reale qualcosa che hai visto di persona o di cui hai solo sentito parlare? Ad esempio, è più reale l’automobile che hai in garage o il villaggio turistico dove è stato il tuo collega l’estate scorsa e di cui non avevi mai sentito parlare prima?

La domanda è ovviamente retorica, sto solo cercando di portarti, come si dice a Genova, nel mio caruggio.

E’ pacifico che una cosa di cui abbiamo avuto esperienza abbia per noi un carico di sensazioni, ricordi, odori, profumi, emozioni che contribuiscono a darle quella connotazione che noi andiamo etichettando con la parola realtà.

Immagino ad esempio che stamattina avrai fatto un’abbondante colazione nella tua bella casetta; che ore erano? Le 7.30. Bene, non avrai dunque problemi ad affermare che la cucina di casa tua (alle 7.30 di stamattina) esista realmente.

Adesso dove ti trovi? In palestra. Che ore sono? Le 18.30. Anche in questo caso, non avrai ragione di dubitare che la palestra, alle 18.30 di oggi pomeriggio, esista realmente.

Ma che dire della cucina di casa tua alle 18.30? Esiste realmente? Mi dirai ovviamente di sì, che non sei ancora rincasato ma stamattina era sicuramente lì.

Ma non è questo che ti sto chiedendo: io voglio sapere se esiste adesso, alle 18.30.

Pongo la domanda in modo diverso: siccome mi hai appena confermato di dare maggior credibilità a ciò che hai esperito, cos’è per te più reale, la cucina di casa tua alle 7.30 (che hai visto, sentito, toccato, gustato, annusato), o la cucina di casa tua alle 18.30 (che non stai vedendo, sentendo, toccando, gustando, annusando)?

Siamo così inclini ad affermare che il futuro non esista ancora, il presente duri un attimo e il passato non esista più, ma quanto abbiamo più o meno concordato finora sembrerebbe portare da tutt’altra parte; non hai come me il sospetto che la cucina alle 7.30 di oggi debba considerarsi più reale della cucina alle 18.30? O per essere più risoluti: che la cucina delle 18.30 non esista, ed esista quella delle 7.30?

Sto sbagliando qualcosa?

Riferimenti bibliografici:

Rudy Rucker – La quarta dimensione. Un viaggio guidato negli universi di ordine superiore

Quale storia inventerai per domani?


In questo articolo voglio proporti un modo un po’ stravagante di uscire dal solco e dare una lettura alternativa alla tua vita. Come al solito, ti chiedo di portare pazienza, scardinare i tuoi preconcetti e seguire la lettura fino in fondo, anche se potrà sembrarti un po’ ridicola o sconcertante.

Immagina di essere uno scrittore dalla fantasia piuttosto fervida che produce con trasporto racconti di vita quotidiana; la narrazione usa la prima persona, in un modo così efficace e coinvolgente da risucchiare chi legge all’interno della storia, facendolo immedesimare a tal punto da distinguere con difficoltà la realtà dalla fantasia.

I racconti nascono di notte, mentre dormi: la tua mente in quel momento è infatti libera dai condizionamenti della coscienza e può prendere le strade più imprevedibili e non censurate; in un miscuglio onirico creativo, ogni notte generi il capitolo di un libro che l’indomani trascinerà il lettore in nuove esperienze di vita.

Adesso viene la parte difficile: immagina di essere tu stesso il fruitore delle storie da te prodotte; ogni mattina ti risvegli con un capitolo nuovo nuovo da leggere, ti immergi nella lettura e questa ti coinvolge, ti trascina, scatena emozioni per te reali, ti fa perdere la consapevolezza che si tratti solo di un libro… e allora ti arrabbi per l’automobilista che prevarica lo sfortunato protagonista incolonnato nel traffico, ti dispiaci per le difficoltà che deve superare, ti rallegri per gli accadimenti a lui favorevoli.

Per quanto coinvolto tu possa essere, alla fine ti rendi però conto che si tratta solo di un racconto, non della realtà, e quindi confini le tue emozioni entro i limiti di un accettabile distacco: proprio quando ti rendi conto di esserti calato eccessivamente nella parte, allora capisci che è il momento di prendere una pausa dalla lettura, per ritornare alla realtà.

Bene, se sei riuscito a seguirmi fin qui, questo è l’esercizio mentale che ti propongo: prova per un giorno a comportarti come se la tua vita fosse davvero così; stasera andrai a letto sapendo che durante la notte produrrai il capitolo che descriverà per filo e per segno quanto ti accadrà domani. E domani, ogniqualvolta succederà qualcosa, sia esso positivo o negativo, lo tratterai come un frutto della tua fantasia, con la consapevolezza di essere stato tu ad aver creato quella realtà, l’unico responsabile, l’unico che poteva fare andare le cose diversamente.

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Potrà sembrarti che questo approccio così surreale ti addossi una responsabilità eccessiva, ma se rifletti ha una serie di benefici; primo fra tutti, sposta su di te le leve decisionali: sei tu l’unico che può intervenire, che può fare qualcosa, o ti rimbocchi le maniche o ti rassegni, in ogni caso non c’è nessuno all’infuori di te con cui potrai prendertela. In secondo luogo, elimina alla radice la sensazione di persecuzione presente nella maggior parte di noi, che ci crediamo vittime di un mondo ostile, quando in realtà siamo i soli responsabili di quanto ci accade.

Facciamo degli esempi di come si possa tradurre in pratica tutto ciò.

  • La giornata appena trascorsa non ti ha soddisfatto, torni a casa stanco e infastidito? Cerca di convogliare le tue emozioni verso sentimenti positivi, che ti predispongano benevolmente nell’attività di gestazione notturna, per fare in modo che l’episodio di domani sia più gradevole. Fai il possibile per allontanare le emozioni negative, o il tuo subconscio genererà mostri che dovrai affrontare il giorno dopo.
  • Il capoufficio ha comportamenti irritanti nei tuoi confronti? Sappi che sei tu a dipingerlo così, è un personaggio di tua creazione; prova ad immaginartelo più morbido, cerca di fare in modo che il corso degli eventi nella tua immaginazione prenda un’altra direzione. Visto sotto questa nuova luce, tutto appare ridimensionato, meno preoccupante: in fondo, si tratta solo di un racconto…
  • Mandi curricula a svariate aziende perché vuoi cambiare lavoro ma nessuno ti convoca a colloquio? Non dare la colpa alla crisi economica o all’età avanzata: in realtà il vero responsabile è il tuo subconscio, che teme il cambiamento, non intende affatto fare un salto nel buio e produce coerentemente una storia in cui nessuno ti vuole, per sollevare la tua coscienza dal peso della decisione. Sei tu a non voler cambiare, ma ti sei inventato una storia molto credibile in cui dai la colpa agli altri. Che genio letterario!

Cerca di sovvertire causa ed effetto, contenitore e contenuto: non sei tu ad essere calato nella realtà esterna, ma la realtà ad essere contenuta nella tua mente; nulla esiste realmente là fuori: tu non sei dentro la stanza, è la stanza ad essere nel tuo cervello; questo vale per ogni altra entità: il passerotto sul davanzale, la pioggia, il traffico, la crisi economica, le tensioni in Medio Oriente; tutto è frutto della tua fantasia, sei tu che stai scrivendo il libro, sei tu l’artefice, è il tuo stato mentale a generare mostri o arcobaleni, sono i tuoi incubi o i tuoi sogni notturni a fare la differenza.

Assurdo vero? Eppure non puoi provare che le cose non stiano davvero così. Mi dirai: non è vero, chiedo ad altri cosa vedono là fuori, e questi mi confermano una realtà coerente con quanto da me percepito, quindi la realtà è questa. Ti rispondo: coloro a cui chiedi lumi sono essi stessi prodotti della tua mente, e tu sei un buon narratore, mica scrivi storie campate per aria… per forza ottieni risposte non contraddittorie.

E poi rifletti: per quanto assurdo possa sembrare, se questo esercizio servisse a darti una percezione meno preoccupante e più attiva della vita, perché non provare? Non mi aspetto ovviamente che tu lo riesca a fare con vera convinzione, però puoi iniziare per gioco, anche solo per stemperare con l’aiuto della fantasia alcune situazioni difficili.

Per lo meno, così facendo affiderai a te stesso la scrittura del racconto che ti anestetizzerà la mente, e non allo sciamano di turno che predica da un pulpito o da dietro ad un altare…