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Nati per correre


La giornata era limpida e fredda; il sole che faceva capolino da dietro le montagne dissolveva lentamente la nebbiolina del primo mattino.

Io osservavo quella meraviglia dalla finestra della camera, e dentro di me sentivo la vocina che sussurrava maliarda: “prenderai un sacco di freddo, la temperatura è sicuramente sotto zero là fuori, resta in casa al calduccio, chi te lo fa fare?”

Conoscevo bene quella voce, mi aveva spesso dissuaso dal cogliere numerose occasioni di vita, in passato, e mi forzai a fatica di non darle ascolto: sarei stato parte integrante ed attiva di quel bel paesaggio là fuori.

Indossai la termica, la fascia per le orecchie, i guanti, ed uscii.

Il freddo pungente offendeva le mie guance, lo sentivo insinuarsi lungo la gola fin giù nei polmoni; ogni mia espirazione produceva bianche nuvolette che si disperdevano pigramente sopra la mia testa.

Iniziai ad avanzare timide falcate lungo il sentiero dietro casa, che divenne presto ripida salita in mezzo ai castagni spogli.

Il fiato era corto, le gambe dure e affaticate; sentivo il crepitio delle foglie secche irrigidite dal gelo infrangersi sotto i miei piedi.

La vocina tornava a più riprese alla carica mettendomi di fronte alla folle inutilità di quella corsa nel bosco gelato: diceva che il fisico non avrebbe retto, che sarebbe stato saggio tornare indietro; ma io mi conoscevo bene, sapevo che sarebbe stato sufficiente resistere ancora un pochino, e poi la piacevole sensazione del corpo pervaso dall’energia che entra in circolo avrebbe cambiato completamente le carte in tavola.

Raggiunsi il punto di svolta: è quello in cui credi di essere arrivato al limite delle tue potenzialità; è proprio allora che bisogna sforzarsi di non credere alle illusioni della mente, che per un eccesso di zelo protettivo traccia i confini del possibile molto, molto prima di quelli effettivi.

Così feci: continuai a correre. E d’improvviso, come per magia, la fatica svanì, per lasciar posto alla piacevole sensazione di calore che abbracciava ogni cellula del corpo, contrastando in perfetto equilibrio termodinamico la pressione del freddo pungente dell’ambiente circostante.

Ero entrato a regime, la mente aveva interrotto il suo petulante chiacchiericcio, e potevo finalmente dare ascolto solo le mie sensazioni; gli alberi sfrecciavano rapidi al mio fianco, per poi diradarsi gradatamente e lasciare spazio all’ampio dosso erboso ricoperto di brina che individuava la vetta.

Mi fermai, il fiato che continuava a condensarsi in sinuose nuvolette evanescenti, a contemplare l’incantevole panorama che si poteva godere da lassù. Il sole con tutto il suo carico di energia dissolveva rapidamente il ghiaccio dai miei pensieri.

Ero vivo. Ero felice e libero.

L’ennesima, inconfutabile conferma di quanto valga la pena sforzarsi di ignorare i freddi precetti protettivi della mente, per lasciare spazio al corpo e al cuore.

Gridai ‘GRAZIE’ al vento che spazzava la vetta e ripresi la corsa, in discesa verso casa.

Analogico o digitale? Ovvero: olismo o riduzionismo?


Questo articolo vorrebbe declinare in parole un pensiero che ho nella testa, ma il contenuto stesso di quanto desidero trasmetterti mette in discussione la possibilità che io riesca a farlo… insomma mi trovo di fronte ad un paradosso, ad ogni modo ci provo.

Qualche giorno fa ho assistito ad una conferenza al festival della scienza nella quale si raccontava degli strumenti matematici, e dei rispettivi scopritori, di cui Einstein si è avvalso per dimostrare la sua teoria della relatività; al termine, al consueto giro di domande da parte del pubblico, una mi è sorta spontanea: perché mai il linguaggio matematico si presta così bene a descrivere i fenomeni fisici? In altri termini: perché la natura comunica con noi attraverso il linguaggio della matematica?

Le risposte dei relatori mi hanno convinto della affidabilità di questo strumento, ma non hanno dato ragione del perché, né mi aspettavo che fosse possibile farlo: in effetti la domanda sconfina molto nel campo delle speculazioni filosofiche più che della scienza.

Argomento archiviato; senonché stamattina, parlando di tutt’altro con mia moglie, è venuta fuori questa considerazione: secondo i recenti studi di fisica quantistica, che hanno poi riscoperto in forma nuova tradizioni e conoscenze millenarie, il mondo sarebbe un sistema unitario, olistico, di cui noi facciamo parte; la nostra sofferenza discenderebbe quindi unicamente dal fatto che noi ci sentiamo separati da esso, e non parte integrante.

nubi sole

 

Secondo questa visione percepiamo il mondo come noi da un lato, gli altri dall’altro; il tutto viene scomposto in parti, ma è solo un’operazione di comodo, la realtà è ben diversa.

E perché mai abbiamo bisogno di questa suddivisione? In altri termini: perché abbiamo l’esigenza di introdurre una separazione dove non esiste al fine di lasciar emergere la comprensione nel nostro campo di consapevolezza?

Detto diversamente: la realtà è analogica, un tutto unico, e noi dobbiamo vederla come digitale per poterla comprendere; lo stesso linguaggio verbale che usiamo per descriverla viene definito digitale, proprio perché scompone in pacchetti la realtà creando degli scomparti (di comodo, artificiali) e appiccicandovi sopra delle etichette (‘libro’, ‘sedia’, ‘fame’, e così via), a differenza di un disegno che invece descrive la realtà per analogia.

Insomma, la realtà è un fenomeno continuo che noi approssimiamo con un modello discreto.

Sembrerebbe che per poter interpretare il mondo, e comunicarlo ad altri, una parte del nostro cervello (l’emisfero sinistro) abbia bisogno di questa operazione di digitalizzazione, un po’ come un’immagine viene scomposta ed impacchettata in sequenze di bit e byte per poter essere trasferita attraverso l’etere da un cellulare all’altro.

Improvvisamente, con mia grande sorpresa ho notato come questa osservazione fosse di fatto la stessa, anche se vista da un’altra angolazione, che feci giorni addietro alla conferenza: la matematica non è altro che un processo di digitalizzazione della realtà di cui ci serviamo per poterla interpretare e, per qualche strana ragione, noi non saremmo in grado di comprendere il mondo senza questa preliminare operazione di ‘scomposizione in fattori’.

O meglio: è la nostra mente razionale, quella che ci fornisce la consapevolezza di esistere, ad averne bisogno; il nostro senso del sé necessita di approssimare la realtà analogica con un modello digitale, artificioso, al fine di interagire con esso. Ma è solo un artificio, in ultima analisi un’illusione!

Questa considerazione mi affascina non poco, e mi chiedo se possa esistere una strada per arrivare a comprendere senza usare questa finzione: sento in cuor mio che la risposta è affermativa, e che la strada in questione porta ad una sorta di illuminazione liberatoria e catartica, ma so che nel momento in cui la trovassi, per sua stessa natura, mi troverei nell’impossibilità di descriverla utilizzando gli strumenti digitali di questo blog: ti invito perciò a trovare la tua personalissima via per capire come è fatta la realtà che ti circonda, al di là della matrix.

Ma io, chi sono?


Nel precedente articolo ho cercato di smontare un po’ di convinzioni sulla tua identità, generando con ogni probabilità un senso di vuoto e smarrimento, perlomeno se hai avuto la pazienza di seguirmi fino in fondo; provo ora, sperando di riuscire ad usare la giusta dose umiltà, a formulare un inizio di ragionamento per rassicurarti che quel vuoto è colmabile.

Non prima di aver scavato ancora un poco.

Ti avevo lasciato dopo aver demolito l’ultima delle tue convinzioni, e cioè che tu sei il tuo corpo fisico; qualora non ti avessi ancora persuaso, aggiungo questa informazione: lo sai che un corpo umano adulto si rinnova per intero in media ogni sette anni? Questo significa che dentro di te non c’è più una sola delle molecole che contenevi sette anni fa! Come puoi allora sostenere che tu sei il tuo corpo fisico, se questo cambia in continuazione? Aveva ragione Pirandello: quelli che chiamiamo personaggi di fantasia nelle commedie o nei romanzi sono dotati di maggior realtà di noi esseri umani, perché loro rimangono immutabili, fedeli a loro stessi nel tempo, mentre noi cambiamo in continuazione!

Ti rimane un appiglio, e da informatico (bada, lo faccio, non lo sono!) è l’ultimo baluardo a cui sono rimasto aggrappato fino a poco tempo fa: tu sei struttura informativa, software. Tu sei le tue idee, ed il progetto che mette in relazione atomi, molecole, cellule, organi che costituiscono il tuo corpo, in una complessa piramide organizzativa.

Questa posizione è più difficile da demolire; eppure… mi sono persuaso che anche in questo caso ci si discosti dalla verità, o che, quantomeno, sia rischioso identificarsi con tutto ciò. Perché, dopotutto, quando il tuo corpo non ci sarà più, quando l’hardware sarà dismesso… chi garantirà l’esecuzione del software? Software che peraltro si modifica e cambia in continuazione (mutazioni genetiche, cambi di opinione, salde convinzioni ritrattate a distanza di pochi anni). L’ipotetica fotografia dell’assetto delle mie idee oggi sarebbe completamente diversa da quella che si sarebbe potuta scattare solo un anno fa. Significa forse che l’io di oggi non è più l’io di un anno fa? Dove va a finire allora il concetto di identità?

Ma al di là della questione teorica, rimane la questione pratica: identificarsi con le proprie idee è rischioso e foriero di infelicità, perché quando queste vengono messe in discussione tu ti arrocchi in loro difesa, giuste o sbagliate che siano, con la convinzione di difendere te stesso. Dolorosa falsità. Errore di interpretazione. Cambiare opinione non mina alla base il tuo essere, ed è talvolta l’unica via di salvezza.

non sono io

In tutto questo mutevole divenire, come possiamo dunque parlare di identità?

E qui entra in gioco il concetto di primo piano e sfondo; già… perché finora ti sei sforzato di trovare te stesso cercando fra le figure in primo piano. E se invece il posto giusto dove cercare fosse lo sfondo?

Per spiegarmi meglio, ti propongo la seguente immagine.

triangolo

Ti sembra di vedere un triangolo bianco in primo piano, vero? Ebbene, questa illusione ottica è analoga a quella mentale che ti ha accompagnato fin qui, mentre avanzavi ipotesi sulla tua identità. Non esiste alcun triangolo bianco, è solo una proprietà emergente che la tua mente individua a causa degli elementi presenti sullo sfondo.

Questa è l’importante presa di coscienza che ho maturato recentemente: ho sempre cercato nel posto sbagliato.

Mi sono sempre concentrato sul primo piano… mentre forse avrei dovuto guardare lo sfondo per capire chi sono… perché tutto ciò che immaginavo di essere non è altro che una serie di proprietà emergenti, congiunturali, occasionali, talvolta fortuite ma in ogni caso per nulla strutturali di un qualcosa di più fondamentale, che pervade lo sfondo.

Di che natura sia questo sfondo, sarà argomento del prossimo articolo…

Uscire dal problema


Oggi ti propongo uno dei giochini che mi è sempre piaciuto per la sua capacità di smascherare i falsi limiti che la mente ci pone; data la disposizione di nove punti sotto riportata:

puntini

occorre unirli con quattro tratti rettilinei, senza mai staccare la penna dal foglio.

Chi provi ad affrontarlo per la prima volta, tenderà a provare soluzioni di questo tipo

puntini_wrong

ma per quanto si sforzi di proseguire lungo la strada imboccata, non arriverà mai alla soluzione. Per raggiungerla, occorre cambiare approccio e rompere gli schemi.

Quali schemi? Quelli in cui la mente ci ha calato attingendo dalle esperienze pregresse. Una di queste suggerisce che i puntini sono disposti a quadrato, ed inconsapevolmente consideriamo tale quadrato come ‘campo di gioco’. Ecco il limite che nessuno ha mai posto, se non la mente. Chi l’ha detto che abbiamo a che fare con un quadrato?  Ma anche volendo ammettere questo, chi l’ha detto che non dobbiamo uscirne?

Vincoli illusori, ma con effetti reali. Quelli di non riuscire a risolvere il problema.

Quando smetti di pensare al quadrato, e cerchi di utilizzare anche lo spazio del foglio al di fuori di esso, ecco l’illuminazione:

puntini_right

e subito dopo realizzi quanto sei stato cieco a non vedere una soluzione così banale o, se il tuo ego è piuttosto ingombrante, gridi all’imbroglio, oppure ancora ti giustifichi con frasi che iniziano con “ma io davo per scontato…”

Mettila come vuoi, ma il succo del discorso è che ti sei autolimitato, per questo non hai trovato la risposta.