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Come mi sento quando mi chiami NOVACCCS


Avevo sei anni, quando ho visto quella marea di bambini vocianti per la prima volta. Non avendo frequentato la scuola materna, fino ad allora mi ero confrontato con i soliti due o tre amichetti, sempre loro, sempre gli stessi. Quando c’erano, quantomeno, perché erano in villeggiatura nella frazione in cui abitavo e li vedevo solo nel periodo vacanziero.

L’ingresso nel mondo scolastico è stato per me un trauma, iniziato col turbinio delle grida e del calpestio nell’atrio della scuola, proseguito col severo peso giudicante della maestra che incombeva su di me, e la minaccia di bambini esuberanti che talvolta mi bullizzavano all’uscita o durante la ricreazione.

Avevo paura di quel mondo: tutti quei bimbi si conoscevano dai tempi dell’asilo, mentre io ero un estraneo timido e insicuro che stava sulle sue.

Ricordo l’episodio del gioco a guardie e ladri nel cortile: tutti si rincorrevano schiamazzando, io stavo fiero al margine, felice di non essere stato ancora preso. Poi ho realizzato: non mi prendevano perché non mi vedevano, mi stavano ignorando. O almeno è così che ho vissuto l’esperienza.

Ricordo il giorno in cui mi sono azzuffato con un compagno, durante la ricreazione: eravamo su di una panchina, ciascuno con una mano sulla faccia dell’altro, immobili, in tensione, in stallo. Io sentivo la paura crescermi dentro, sentivo le vene che si svuotano e la mente che si annebbia, sentivo che da solo non avrei potuto farcela, e urlavo disperato agli altri bambini che stavano in cerchio attorno a noi a godersi lo spettacolo: “Chiamate la maestra! Chiamate la maestra!”. Ma nessuno si muoveva.

Non sono mai stato bravo a difendermi. All’uscita, durante la mezz’ora di attesa del pulmino, cercavo di mettermi in un angolo, defilato, per non attirare l’attenzione del bullo di turno. A volte arrivava. A volte per fortuna qualche bambino più grande prendeva le mie parti. Ricordo ancora oggi i loro nomi, i loro volti. Non sono mai stato bravo a difendermi.

A otto anni il mio unico desiderio era attendere l’arrivo della sera, per potermi rifugiare nel caldo delle mie coperte e nella serenità dei miei pensieri, che sognavano un mondo felice in cui nessuno mi opprimeva.

Pensavo che quei giorni fossero archiviati, la mia mente li aveva quasi rimossi.

Li ho riportati alla luce nelle mie notti insonni di questi ultimi due anni, quando la paura interrompe il sogno ansioso che sto facendo e mi riporta allo stato di veglia, lasciandomi in bilico fra il desiderio di riaddormentarmi e quello di restare nel mondo cosciente, alla ricerca del male minore, della situazione che mi possa spaventare di meno.

E’ in quel momento che i pensieri nefasti si fanno strada, pensieri sull’inutilità di ogni mio sforzo, di ogni mio gesto: domattina non potrò entrare liberamente in quel negozio, ci sarà forse da discutere, ma io non lo voglio fare. Domani ci sarà da portare avanti quel progetto, ma il futuro di fronte a me è buio, incerto e minaccioso, e non ho energia e convinzione sufficienti per proseguire. Non so neppure se potrò usare i risparmi che i miei genitori mi hanno lasciato dopo una vita di sacrifici, perché il mondo della finanza se li è presi promettendo di restituirli, ma io ho smesso di credere a queste promesse.

L’alternativa è adeguarsi alle coercizioni del sistema, obbedire alla maestra. E neppure questo voglio fare, perché la mia anima si rifiuta, la mia vita non avrebbe significato se mi piegassi a ciò in cui non credo.

Non ho scampo, sono di nuovo schiacciato fra la maestra e i bambini che mi bullizzano, sono tornato indietro nel passato.

E proprio come allora, penso a ciò che farei se avessi una bacchetta magica. Ora lo so, cosa farei.

Farei esplodere gli edifici del potere, durante la notte, quando sono vuoti. Farei esplodere le strutture scolastiche. Farei esplodere le banche. Farei esplodere tutti gli edifici emblema di una società che da sempre mi opprime.

Seminerei il terrore, ma non morte. Vorrei vendetta.

E oggi so anche cosa si nasconde, dietro a quella parola. Se avessi la bacchetta magica, non la userei per uccidere chi mi tormenta, ma per fargli sentire quello che sto provando, fargli sentire tutta la mia paura.

E se scavo meglio, capisco che dietro al bisogno di vendetta si trova quello di essere compreso: ho un disperato bisogno che il mondo sappia come mi sento!

E allora, forse posso ottenere ugualmente ciò che cerco, senza ricorrere alle bombe; questo articolo è un primo passo verso la mia vendetta, che poi va letta per ciò che veramente è: un desiderio di connessione.

Forse ci riderai su, penserai che sono solo uno sfigato, un debole.

Ma il bullo sei tu, sei tu quello che si mette dalla parte del più forte e agisce nella tranquillità di sentirsi le spalle protette.

La mia forza si esprime nel mettere a nudo ciò che provo, e ti renderai presto conto di quanto possa essere dirompente, nel silenzio dell’oscurità.

Questo sono io.

Sono stanco, capo. Stanco di andare sempre in giro solo come un passero nella pioggia. Stanco di non poter mai avere un amico con me che mi dica dove andiamo, da dove veniamo e perché. Sono stanco soprattutto del male che gli uomini fanno a tutti gli altri uomini. Stanco di tutto il dolore che io sento, ascolto nel mondo ogni giorno, ce n’è troppo per me. È come avere pezzi di vetro conficcati in testa sempre continuamente. Lo capisci questo?

John Coffey