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L’economia del dono


“Non riesco proprio a credere che in questo paese si possa vivere senza denaro.”

“Probabilmente non hai abbastanza fiducia.”

“Non vedo cosa c’entri la fiducia… comunque ti sarei profondamente grato se volessi togliermi qualche curiosità, perché davvero sono incredulo!”

“Ma certamente, sono a tua disposizione, chiedi ciò che vuoi… non ti costerà nulla!”

“Grazie! Non so proprio da dove cominciare… ecco, partiamo dal cibo. Supponi che io voglia del pane. Mi stai dicendo che è sufficiente che vada da un panettiere e ne prenda quanto ne voglio?”

“Se per ‘quanto ne voglio’ intendi la quantità di cui hai bisogno, la risposta è sì. Se invece intendi fare scorte per il futuro, allora no: nel nostro paese ciascuno sa che può prendere esattamente quanto gli serve in quel momento, tutti si comportano così. E’ uno dei principi su cui si basa la nostra economia.”

“Ma io potrei volerne un po’ di più per far fronte a imprevisti futuri…”

“Ecco, lo vedi che ti manca la fiducia? Perché mai dovresti prenderne di più? Io so nel mio profondo che, se domani avrò bisogno, troverò ciò che mi serve. Non mi occorre accumulare alcunché, salvo che per evidenti motivi pratici, ad esempio perché prevedo di non uscire di casa nei prossimi giorni.”

“Va bene. E il panettiere? Come fa fronte ai costi per produrre il pane? Avrà pur bisogno di farina, legna da ardere, acqua…”

“Lo sai da te… li troverà messi gratuitamente a disposizione da qualcun altro.”

“E perché mai dovrebbe lavorare senza avere nulla in cambio? Cosa lo spinge a farlo?”

“Il piacere di avere le mani in pasta; il piacere di leggere nei tuoi occhi la soddisfazione provata mangiando il frutto del suo lavoro. Il piacere di avere uno scopo nella società in cui vive.”

“Va bene. Ma chi gli garantisce che troverà le quantità di farina di cui ha bisogno? O la legna per il forno?”

“Ci risiamo, non riesce proprio ad entrarti in testa. La fiducia! E comunque, quando ha deciso di aprire una panetteria sapeva che in zona c’erano dei produttori di farina, d’altro canto queste sono valutazioni preliminari che fate anche nel vostro paese, no? Cambia solo il fatto che, a differenza nostra, voi pagate le materie prime, e la maggior parte delle vostre azioni è guidata dal senso del dovere invece che dal piacere. E’ come se viveste per pagare debiti che pensate di avere ereditato fin dalla nascita; questo atteggiamento mi ricorda tanto un famoso peccato di biblica memoria.”

“In effetti l’idea di prendere del pane senza dare nulla in cambio mi farebbe sentire parecchio a disagio! Penserei di essere debitore, appunto, di dovere qualcosa a quella persona!”

“Questo perché, a differenza sua, non hai fiducia nel fatto che egli avrà un ritorno dalla sua opera, seppure molto indirettamente! La fiducia permette di cambiare drasticamente la prospettiva, non si sente più l’esigenza di avere un ritorno immediato, e a quel punto anche il concetto stesso di ‘ritorno’ perde significato. Procurarsi il sostentamento non è più un problema perché una moltitudine di persone mette a disposizione gratuitamente le risorse, e questo permette a ciascuno di fare ciò che più gli piace, e di farlo anche al meglio, visto che è un piacere e non un dovere. In tal modo permetterà a sua volta ad altri di godere della propria opera.”

“Mi sembra tutto molto utopistico. Credo che prima o poi qualcuno si approfitterebbe della situazione, e inizierebbe a prendere senza mai dare nulla in cambio.”

“Intanto, noto dal tuo linguaggio che ancora non sei entrato nella giusta prospettiva. Non c’è nulla da dare in cambio. Qui da noi le persone non fanno alcunché allo scopo di usarlo come oggetto di baratto; ad esempio il panettiere non produce pane perché vuole scambiarlo, ma perché prova soddisfazione nel crearlo e nel donarlo. Stando così le cose, perché mai qualcuno dovrebbe approfittarsi della situazione, come dici tu, smettendo di fare ciò che gli piace? Sarebbe piuttosto sciocco, non trovi?”

“Ok, ok. E se ciò che piace a una persona non servisse a nessuno? In quel caso, quella persona non sarebbe un parassita della società?”

“Credevo che tu conoscessi meglio l’animo umano! La vera soddisfazione di ognuno nasce dal piacere della condivisione, di relazionarsi agli altri, di sentirsi utili. Sai bene che vita infelice conduce chi lavora solo per soldi, facendo un mestiere che non ama. La persona di cui parli troverebbe prima o poi il modo di appagarsi con un’attività che torna utile a qualcuno.”

“Mi sembra tutto così assurdo! Sarà che arrivo da un mondo in cui il concetto di fiducia è così raro…”

“Penso che tu stia parlando in modo poco consapevole. Dove tieni, ad esempio, i tuoi soldi?”

“Beh, la maggior parte sono in banca.”

“Ecco. E pensi che la banca te li conservi chiusi in cassaforte, in attesa che tu vada a ritirarli?”

“A dire il vero, non so… no, credo proprio di no!”

“Appunto. La banca investe il tuo denaro prestandolo; e lo stesso fa con il denaro di tutti gli altri risparmiatori. Se un bel giorno decideste in massa di riprendervi i vostri soldi, la banca non potrebbe in alcun modo onorare gli impegni. L’intero meccanismo si basa sulla fiducia nella banca stessa e nel fatto pragmatico che non andrete tutti a ritirare i soldi allo stesso momento. Quindi, anche il vostro sistema per certi versi si basa sulla fiducia, tutto sommato. Fiducia che voi riponete nell’istituto di credito e nei suoi meccanismi di funzionamento e garanzia, mentre noi la riponiamo in qualcosa di ben più vasto e, permettimi, affidabile.”

“Quindi, in un certo senso da voi non esiste la proprietà privata…”

“Nulla di più falso. Se non possedessi nulla di mio, come potrei mai farti dono di qualcosa?”

“Forse confondo l’economia del dono con il comunismo…”

“Forse. L’economia pianificata, che in passato ha mostrato tutti i suoi aspetti fallimentari, priva il singolo di ogni proprietà e assegna la gestione di ogni bene e risorsa produttiva allo stato. Ma lo stato è fatto di uomini, e gli uomini che si trovano a gestire ricchezze così ingenti, il tutto inserito in una logica scambista, saranno inclini ad approfittarsi della situazione a discapito dei più. Fenomeno che di fatto è accaduto, nella storia, trasformando il comunismo in una forma di oligarchia mascherata.”

“E’ davvero difficile affidarsi, come dici tu, al fatto che ogni mio bisogno futuro sarà in qualche modo soddisfatto.”

“L’intera vita è una questione di fiducia: lo stesso atto di camminare presuppone per un istante l’abbandonarsi nel vuoto confidando che presto il piede toccherà terra garantendo stabilità. E la vita in fondo non è un cammino? Tutte le sicurezze che ti fanno sentire tranquillo sono in fondo illusorie, la fiducia nella vita è l’unica vera forma di protezione contro ogni preoccupazione.”

“Mi stai convincendo a livello mentale, ma credo che farei molta fatica a mettere in pratica ciò che dici quotidianamente, questo deve diventare proprio un modo di essere…”

“Non ti crucciare, l’economia del dono non nasce da una scelta razionale, ma viene dal cuore. Quando il tuo livello di consapevolezza sarà sufficientemente maturo, ti ritroverai automaticamente circondato di persone che vibrano su questi livelli, e ti accorgerai improvvisamente che quello che chiami modo di essere è diventato una realtà. Ti ritroverai nel nuovo mondo senza neanche averlo deciso; ora non hai altro da fare, se non accrescere la tua consapevolezza.”

Riferimenti bibliografici:

Devana – Eko-nomia. Il futuro senza denaro

Produci, consuma… crepa!


Una colossale diga trattiene enormi masse di acqua, energia immobilizzata da tempo che, se si esprimesse di colpo, potrebbe deflagrare in un’immensa esplosione che devasterebbe e cambierebbe definitivamente i connotati dell’intero mondo circostante.

Eppure il lago sembra fermo e placido, nascondendo a uno sguardo superficiale l’enorme potenziale che racchiude.

Nei momenti in cui riesco a sopraelevarmi, distaccandomi dalla percezione limitata della mia vita, posso vedere questo scenario dall’alto, e allora sento che dovrei fare qualcosa: quella diga deve crollare, il mondo è arrivato a un capolinea, il genere umano sta lentamente consumandosi nell’automatismo dei suoi meccanismi egoici.

Ma quel muro è solido, troppo solido per le mie minute forze; è un’impresa troppo grande per me, non ce la farò mai.

Poi, improvvisamente, mi vedo, e capisco chi sono.

Sono una minuscola crepa, laggiù, in un angolino in basso. Da quella crepa trasuda qualche goccia di acqua.

E poi vedo che ce ne sono altre, più distanti da me, a livello locale distribuite irregolarmente ma, su larga scala, in modo piuttosto uniforme.

Non sono solo.

E allora mi sento pervadere da un rasserenante entusiasmo.

Non è la mia forza che farà crollare il muro. E nemmeno la forza della altre, piccole, crepe. E nemmeno la totalità delle nostre forze messe assieme.

Sarà l’inimmaginabile forza del lago a distruggere la diga che lo sta imbrigliando, grazie a queste crepe che gli offrono uno spiraglio, un aggancio, uno spunto.

Non devo più affannarmi, è sufficiente lasciarsi attraversare dalle sue acque, liberare il più possibile il passaggio, perché questo io sono: un minuscolo canale che, se lasciato sgombero, si amplierà grazie alla forza stessa dell’energia che lo attraversa.

Non serve altro: lasciare scorrere. Ecco quello che accade quando dò libero sfogo alla mia creatività scrivendo un articolo, una canzone, lavorando il legno: mi connetto alla sorgente e lascio che l’energia mi attraversi esprimendosi nel mondo materiale.

E allora capisco anche le mie paure, ciò che mi fa chiudere in me stesso rallentando il flusso vitale: se la crepa si allarga, ad un certo punto si unirà con altre, perderà la propria individualità; paradossalmente, la mia illusoria esistenza è garantita da quei blocchi di cemento solido e immobile che tanto detesto, e che a loro volta tanto mi odiano ed emarginano in quanto pericolosa falla!

Ma se riesco a trascendere tutto ciò, a disidentificarmi da quella fessura nel muro, insignificante e allo stesso tempo così determinate, allora divento parte del tutto: che le forze dell’Universo esprimano la loro potenza attraverso me!

Io sono


Siamo esseri infiniti, e come tali sfuggiamo ad ogni tentativo di classificazione o definizione.

Eppure, sin dalla nascita siamo esposti a una miriade di forme di etichettatura e catalogazione.

Lasciali fare, non puoi impedirlo, ma non commettere l’errore di crederci: non permettere che ti imprigionino!

Mim La Mim La Mim La Mim La
Mim
Apri il libro e mi parli del fiore
          La
l’ape, il frutto, si nasce, si muore
                   Mim
e non sai dirmi il perché
   La   	  Mim
ma dopo che c’è?

Mim
Se io studio potrò lavorare
         La
e i miei figli potranno mangiare
                Mim
appoggiandosi a me
   La   	  Mim
ma dopo che c’è?

Do
Son domande che è meglio non fare
     Sol
sono soglie da non superare
                   Mim
è assai meglio per te
       La   	    Mim
lascia stare i perché!

Do
Sguardo a terra, e ogni dubbio scompare
                  Sol
il cielo è troppo alto per poterlo toccare
           Mi
o capire dov’è
  La       Mi
affidati a me!

Mim La Mim La Mim La Mim La

Mim
Mamma scienza mi mostra l’altare
       La
del pensiero da idolatrare
                   Mim
sorseggiando un caffè
   La   	    Mim
ma dietro chi c’è?

Mim
La mia mente ha bisogno di schiere
     La
di domande e risposte sicure
                   Mim
che definiscano il sé
   La   	    Mim
ma dietro chi c’è?

Do
Terre oscure da non esplorare

                     Sol
vecchi armadi che non devi più aprire
               Mim
lascia tutto com’è
  La           Mim
puoi scordarti di te!

Do
Ora siedi e sintonizza il canale
        Sol
c’è una serie che saprà sistemare
                        Mi
il guastafeste che è in te
  La       Mi
affidalo a me!

NO!

Sol
Io sono un uomo
                  Re
stringo i pugni e tuono
           Mi      La Mi
non voglio limiti!

Sol
In quanto umano
         Re
non condivido

        Mi      La Mi
riposte sterili

Sol
Io sono un uomo
         Re
io soffro e amo
        Mi      La Mi
con i miei simili

Sol
Sconsacro il duomo
                Re
della scienza e vivo
             Mi      La Mi
tutti i miei stimoli

Sol
Io sono un uomo
          Re
respiro e godo
             Mi      La Mi
di questi attimi

Sol
Seguo il richiamo
           Re
di ciò che sono
             Mi      La Mi
smetto di crederti               

L’onere della prova


Mi hanno fregato nel momento in cui sono riusciti a convincermi che l’onere della prova spetta a me.

È accaduto molti anni fa, oggi me ne sono finalmente reso conto, ma ogni tanto lo dimentico e ci casco nuovamente.

Mi hanno detto, più o meno esplicitamente: dimostra quanto vali, dimostra che meriti di far parte di questa società. Io mi sono lasciato convincere e ho abboccato.

Da una vita mi sbatto per essere produttivo, per dare un senso alle mie giornate, per migliorarmi. Se mi comportassi così per il piacere di farlo, non ci sarebbero problemi. Il fatto è che spesso sono mosso dal bisogno di accettazione, da questo subdolo senso del dovere, di dover provare a me stesso (e indirettamente agli altri) che la mia esistenza ha un senso, che ho il diritto di stare a questo mondo.

Ma ora basta.

Chi ha stabilito che l’onere della prova spetta a me? Perché mai dovrei essere io a dimostrare quanto valgo?

Io valgo per il semplice fatto di essere. Altrimenti non sarei.

Caro amico, se pensi che io non abbia diritto di stare su questa terra, ebbene dimostramelo, l’onere della prova è tutto tuo. E cerca di essere convincente, perché dopo essere stato ingannato per tutti questi anni, adesso sono fermamente deciso a godermi la vita!

Facciamo gruppo!


Il mondo in cui vivi non è né buono né cattivo, è solo un riflesso del tuo stato interiore.

Per migliorarlo non devi fare nulla là fuori, l’unica strada percorribile è quella di lavorare su di te, sulla tua consapevolezza.

Osservare e lavorare sui propri meccanismi interni di funzionamento, per lo più caratterizzati da reattività e automatismi, è un compito assai arduo, perché i nostri sistemi difensivi tendono a non farceli vedere, mascherandoli in modo da farci attribuire la colpa all’esterno.

Ma finché ti ostini a dare colpe, e non ti riappropri della tua RESPONSABILITA’, che poi si traduce nel tuo POTERE di cambiamento, resterai in balia degli eventi.

La chiave di svolta è comprendere che non ci sono colpe, solo mancanza di consapevolezza.

Se portare avanti questo lavoro da soli è difficile, le cose cambiano quando ci si trova in un gruppo, i cui membri siano animati dallo stesso intento: in un ambiente protetto, privo di giudizio e aperto all’ascolto, ciascuno portando le proprie esperienze, le proprie sensazioni, le proprie emozioni, può fare da specchio agli altri, in un comune cammino verso una accresciuta consapevolezza.

Questo mondo lo cambieremo tornando alla dimensione umana, alla relazione sincera e genuina, al contatto.

Io ho fiducia.

Se vuoi saperne di più, e partecipare ai nostri incontri, contattami.

Scoprire di non essere soli riscalda il cuore.

Come mi sento quando mi chiami NOVACCCS


Avevo sei anni, quando ho visto quella marea di bambini vocianti per la prima volta. Non avendo frequentato la scuola materna, fino ad allora mi ero confrontato con i soliti due o tre amichetti, sempre loro, sempre gli stessi. Quando c’erano, quantomeno, perché erano in villeggiatura nella frazione in cui abitavo e li vedevo solo nel periodo vacanziero.

L’ingresso nel mondo scolastico è stato per me un trauma, iniziato col turbinio delle grida e del calpestio nell’atrio della scuola, proseguito col severo peso giudicante della maestra che incombeva su di me, e la minaccia di bambini esuberanti che talvolta mi bullizzavano all’uscita o durante la ricreazione.

Avevo paura di quel mondo: tutti quei bimbi si conoscevano dai tempi dell’asilo, mentre io ero un estraneo timido e insicuro che stava sulle sue.

Ricordo l’episodio del gioco a guardie e ladri nel cortile: tutti si rincorrevano schiamazzando, io stavo fiero al margine, felice di non essere stato ancora preso. Poi ho realizzato: non mi prendevano perché non mi vedevano, mi stavano ignorando. O almeno è così che ho vissuto l’esperienza.

Ricordo il giorno in cui mi sono azzuffato con un compagno, durante la ricreazione: eravamo su di una panchina, ciascuno con una mano sulla faccia dell’altro, immobili, in tensione, in stallo. Io sentivo la paura crescermi dentro, sentivo le vene che si svuotano e la mente che si annebbia, sentivo che da solo non avrei potuto farcela, e urlavo disperato agli altri bambini che stavano in cerchio attorno a noi a godersi lo spettacolo: “Chiamate la maestra! Chiamate la maestra!”. Ma nessuno si muoveva.

Non sono mai stato bravo a difendermi. All’uscita, durante la mezz’ora di attesa del pulmino, cercavo di mettermi in un angolo, defilato, per non attirare l’attenzione del bullo di turno. A volte arrivava. A volte per fortuna qualche bambino più grande prendeva le mie parti. Ricordo ancora oggi i loro nomi, i loro volti. Non sono mai stato bravo a difendermi.

A otto anni il mio unico desiderio era attendere l’arrivo della sera, per potermi rifugiare nel caldo delle mie coperte e nella serenità dei miei pensieri, che sognavano un mondo felice in cui nessuno mi opprimeva.

Pensavo che quei giorni fossero archiviati, la mia mente li aveva quasi rimossi.

Li ho riportati alla luce nelle mie notti insonni di questi ultimi due anni, quando la paura interrompe il sogno ansioso che sto facendo e mi riporta allo stato di veglia, lasciandomi in bilico fra il desiderio di riaddormentarmi e quello di restare nel mondo cosciente, alla ricerca del male minore, della situazione che mi possa spaventare di meno.

E’ in quel momento che i pensieri nefasti si fanno strada, pensieri sull’inutilità di ogni mio sforzo, di ogni mio gesto: domattina non potrò entrare liberamente in quel negozio, ci sarà forse da discutere, ma io non lo voglio fare. Domani ci sarà da portare avanti quel progetto, ma il futuro di fronte a me è buio, incerto e minaccioso, e non ho energia e convinzione sufficienti per proseguire. Non so neppure se potrò usare i risparmi che i miei genitori mi hanno lasciato dopo una vita di sacrifici, perché il mondo della finanza se li è presi promettendo di restituirli, ma io ho smesso di credere a queste promesse.

L’alternativa è adeguarsi alle coercizioni del sistema, obbedire alla maestra. E neppure questo voglio fare, perché la mia anima si rifiuta, la mia vita non avrebbe significato se mi piegassi a ciò in cui non credo.

Non ho scampo, sono di nuovo schiacciato fra la maestra e i bambini che mi bullizzano, sono tornato indietro nel passato.

E proprio come allora, penso a ciò che farei se avessi una bacchetta magica. Ora lo so, cosa farei.

Farei esplodere gli edifici del potere, durante la notte, quando sono vuoti. Farei esplodere le strutture scolastiche. Farei esplodere le banche. Farei esplodere tutti gli edifici emblema di una società che da sempre mi opprime.

Seminerei il terrore, ma non morte. Vorrei vendetta.

E oggi so anche cosa si nasconde, dietro a quella parola. Se avessi la bacchetta magica, non la userei per uccidere chi mi tormenta, ma per fargli sentire quello che sto provando, fargli sentire tutta la mia paura.

E se scavo meglio, capisco che dietro al bisogno di vendetta si trova quello di essere compreso: ho un disperato bisogno che il mondo sappia come mi sento!

E allora, forse posso ottenere ugualmente ciò che cerco, senza ricorrere alle bombe; questo articolo è un primo passo verso la mia vendetta, che poi va letta per ciò che veramente è: un desiderio di connessione.

Forse ci riderai su, penserai che sono solo uno sfigato, un debole.

Ma il bullo sei tu, sei tu quello che si mette dalla parte del più forte e agisce nella tranquillità di sentirsi le spalle protette.

La mia forza si esprime nel mettere a nudo ciò che provo, e ti renderai presto conto di quanto possa essere dirompente, nel silenzio dell’oscurità.

Questo sono io.

Sono stanco, capo. Stanco di andare sempre in giro solo come un passero nella pioggia. Stanco di non poter mai avere un amico con me che mi dica dove andiamo, da dove veniamo e perché. Sono stanco soprattutto del male che gli uomini fanno a tutti gli altri uomini. Stanco di tutto il dolore che io sento, ascolto nel mondo ogni giorno, ce n’è troppo per me. È come avere pezzi di vetro conficcati in testa sempre continuamente. Lo capisci questo?

John Coffey

Le relazioni ai tempi del meccanicismo


Apro l’assistente vocale dello smartphone, sullo schermo appare:

“Come posso aiutarti?”

Io dico ad alta voce: “Ho bisogno di amore”

Risposta a video: “Ciao, cosa posso fare per te?”

Ribadisco ad alta voce: “Ho bisogno di amore!”

Risposta a video: “Ciao, come posso esserti di aiuto?”

“Fammi sentire amato…”

Risposta a video: “Devo ancora lavorare al mio repertorio. Nel frattempo posso farti una sirenata”, e parte il suono di una sirena.

Io ritento: “Fammi sentire che mi ami!”

E il telefono: “Certo! Dulce Simfonie di AMI“; e fa partire il video su YouTube.

Io: “Sei solo uno stupido robot.”

Lui: “Ti prometto che farò del mio meglio per scalare la classifica dei tuoi preferiti.”

Penso che possa bastare e mi fermo qui.

Ti suggerisco di fare tu stesso la prova, io l’ho trovato molto divertente.

~°~°~

È così che funziona una mente meccanica. Può essere sofisticata quanto vuoi, usare reti neurali, enormi banche dati e sistemi esperti, le ultime diavolerie della tecnica, ma ciò che è meccanico resta, fondamentalmente, stupido.

Così ci stanno abituando a ragionare, questo è il modello in cui le nostre relazioni rischiano di degenerare: scambi di superficie all’apparenza coerenti (salvo saltuari, buffi e surreali scivoloni alla stregua di quello riportato sopra) che non scendono mai nel vero contatto umano.

Le lobby che ci governano, le loro propaggini burocratiche, fino all’ultimo dei servi del potere, lo sceriffo improvvisato che gira per strada, ragionano così: hanno perso la capacità di sentire nel profondo, e agiscono guidati dal mero calcolo. Applicano il protocollo, insomma. Sono smart esattamente come il mio telefono.

Ed è proprio questo che salverà l’umanità: perché accecati dal loro freddo raziocinio hanno perso di vista il fatto che siamo in grado di amare. Questa è la nostra arma più grande, l’amore va contro ogni regola, spiazza, destabilizza, manda per aria ogni calcolo. E loro hanno dimenticato completamente di che si tratta, altrimenti non agirebbero in preda alla smania di potere.

Non si aspettano che ci amiamo; e neppure che alcuni di noi siano in grado di amarli, perché in fondo, ‘loro’ siamo anche noi, rappresentano la nostra parte meccanica e ci fanno da specchio.

Questo stiamo imparando a fare, sempre di più: amare.

Questa è la nostra ancora di salvezza… o la lezione che dovevamo imparare.

Quanto a loro… o imparano come noi, o si auto distruggeranno.

In ogni caso, mi sento al sicuro. Sempre che riesca ad amare…

Tanto è inutile. O no?


Questo articolo è per te, che ti rassegni allo status quo anche se vorresti tanto che cambiasse.

Forse penserai: come posso io, piccolo piccolo, influenzare un mondo tanto più grande di me?

Ebbene, probabilmente hai ragione. Probabilmente quel tuo piccolo gesto non farà la differenza.

Là fuori.

Già, perché permettimi di farti osservare un fatto: stai guardando nel posto sbagliato.

E’ vero, il tuo gesto non cambierà le cose là fuori, ma ciò che importa è il cambiamento che avverrà in te. E proprio perché sei piccolo piccolo, sarà un cambiamento enorme.

Mettilo in atto anche se ti sembra inutile e ti provoca tante resistenze, vai contro ogni razionalità e, cazzo, fallo a dispetto di tutto!

E poi ascolta come ti senti, ascolta le tue emozioni. Hai paura? Provi qualche altro genere di fastidio?

La fuori il cambiamento potrà essere impercettibile, ma dentro di te, se sei rimasto consapevole durante il processo, si saranno verificate trasformazioni gigantesche!

Così grandi che, una volta che le avrai interiorizzate e ne avrai preso coscienza, non ti importerà più nulla che il mondo là fuori cambi.

E sarà allora, proprio allora, che cambierà.

Il sovrano addormentato


Mi sembra più che mai attuale…

Fuori dal solco

Il re governava con saggezza e rettitudine il piccolo regno di Anéros, che da parecchi anni si sviluppava florido e felice.

Era affiancato da un valido consigliere, alquanto abile nel fare di conto, al quale chiedeva aiuto ogniqualvolta fossero richieste le sue impareggiabili qualità logiche e calcolatrici, per trovare soluzione a quei piccoli o grandi problemi pratici che l’attività di ogni sovrano incontra nel quotidiano .

Il regno traeva sostentamento dal lavoro contadino: ogni suddito disponeva di un adeguato appezzamento di terreno, dei cui frutti beneficiava direttamente la famiglia e, in via residuale, la casa regnante, quale giusto compenso per l’attività di governo, nonché tutte le rimanenti figure ausiliarie.

Fra queste, un ruolo molto importante era ricoperto dai cosiddetti commedianti: poliedrici personaggi il cui compito era intrattenere, svagare, motivare, nei momenti difficili rincuorare la popolazione, indossando di volta in volta la veste di giullare, di canterino, di giocoliere, di…

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Indifferenza


E così l’ho fatto.

Un gesto sciocco, secondo molti punti di vista. Un gesto inutile, secondo altri. Un gesto temerario, secondo altri ancora.

Ne avevo bisogno, volevo sentire cosa si prova a stare da quella parte, dalla parte di chi viene visto con sospetto, con curiosità, talvolta con derisione, ma spesso, ahimé, non viene visto affatto.

Lo desideravo da mesi, senza mai trovare il coraggio di farlo. Finché sono riuscito a silenziare il giudice interiore, a soffocare ogni valutazione di merito, a chiudere gli occhi e buttarmi.

Ho preso la mia chitarra e gli spartiti, alcune copie del mio libro e sono andato in piazza a suonare, nel tentativo, miseramente fallito, di venderne qualcuna; ma in realtà era solo un pretesto: il vero obiettivo era vincere ogni spinta che vorrebbe preservare una certa immagine di me, smantellare ogni parvenza di accettabilità all’interno di un certo tipo di società.

Una società che ormai non sento più mia. Ammesso che lo sia mai stata. E dell’immagine che voglio tanto difendere, importa forse a qualcuno, all’infuori di me?

Mi hanno sempre affascinato i suonatori o artisti di strada che regalano un briciolo di gioia al passante distratto, che per un breve istante forse cessa di esserlo, distratto. Almeno a me è accaduto: i miei spiccioli trovano sempre calda accoglienza nel cappello di chi dona un pizzico di sé agli sconosciuti.

In piazza ho sentito l’indifferenza e la lontananza, mi è entrata dentro e mi ha fatto male, riportandomi a momenti della fanciullezza ormai lontani ma sempre vivi in me. In fondo non sono mai stato a mio agio in questo mondo, anche se per qualche breve periodo sono stato bravo a raccontarmela e a convincermi di potercela fare.

D’altra parte è scritta nel romanzo, la mia storia passata, presente e futura; realtà e fantasia si mescolano e si intrecciano, fino a non permettere più di distinguere l’una dall’altra. Che voglia di sfogliare voracemente le pagine fino a cadere nel vuoto che si nasconde oltre la parola ‘fine’!

Dopo questa esperienza vedo un pochino meglio le mie dinamiche, in fondo si tratta solo di un rifiuto, un non voler accettare la mia incapacità di guardarmi dentro; o forse è semplice indolenza, ignavia. Perché di sforzi da fare ce ne sono molti, e la zona di comfort è calda e accogliente.

Quella sterilità che avverto nel mondo che mi circonda è solo un invito a modificare la direzione dei miei sforzi, perché là fuori non troverò mai ciò che io stesso ho sepolto dentro di me.

Quando questo sentire sarà sceso fin giù, nella pancia, anche le cose là fuori inizieranno finalmente a cambiare.

D’altra parte il frutto cade quando è maturo.