I morti viventi


Nella nostra cultura la morte è un tabù.

Non se ne può parlare esplicitamente, tant’è che si usano locuzioni come ‘se ne è andato’, ‘è scomparso’ (da ragazzino pensavo davvero che non lo trovassero più), ‘ci ha lasciato’ e così via.

A dispetto della gioia che ogni credente dovrebbe provare per la dipartita (ecco, ci sono cascato di nuovo!) di una persona vicina, perché si ricongiunge finalmente con Dio, assistiamo a tragedie e disperazione. Io non mi comporterei diversamente, beninteso: però ho l’attenuante di non ostentarmi cattolico osservante.

La nostra paura si estende ben oltre la morte fisica, perché temiamo anche quella che può colpire la nostra immagine sociale: come altro definire la vergogna ed il timore del giudizio altrui?

Questa paura ci porta alla rimozione del fenomeno. Sappiamo che un giorno moriremo, ma facciamo finta che non sia così; per questo, quando il fulmine ci colpisce da vicino, il trauma è ancor più manifesto.

Rimuovere l’idea che un giorno moriremo, ma col timore latente che questo possa accadere, ha un effetto ben preciso sulle nostre vite: ci comportiamo come se fossimo già defunti; insomma, per paura di morire (fisicamente o anche figurativamente, ‘perdendo la faccia’) finiamo col rinunciare a vivere.

Ti faccio qualche esempio? E sia.

Oggi è una stupenda giornata di sole, posso decidere se andare a lavoro oppure prendere permesso e andare in spiaggia con le persone che amo: alla fine l’abitudine, il senso del dovere, il timore di ripercussioni o quant’altro, mi porteranno triste e pieno di rimpianti in ufficio; ma se sapessi per certo che mi rimangono pochi giorni di vita, mi comporterei allo stesso modo?

Oppure: adoro cantare, e stasera c’è uno spettacolo in piazza nel quale ciascuno può esibirsi sul palco; però ho vergogna, temo di fare brutte figure; se sapessi di morire di lì a poco, mi importerebbe più qualcosa dell’opinione altrui?

Ancora: nell’azienda in cui lavoro tira brutta aria, si parla di riduzione del personale; vivo con l’ansia del licenziamento, tuttavia non cerco un altro lavoro perché ho paura di perdere dei privilegi. Se sapessi di essere condannato, mi preoccuperei davvero per simili sciocchezze?

Potrei andare avanti all’infinito, il succo è sempre lo stesso.

Il punto è che io sono condannato, ma mi comporto come se così non fosse! Un mese, un anno, dieci anni, cinquanta, cambia forse qualcosa? Se l’idea della morte, lungi dall’essere un tabù da rimuovere, fosse costantemente presente in me, vivrei ogni attimo con pienezza, con la leggerezza di chi non ha nulla da perdere.

Insomma, vivrei!

Invece, per paura di morire, mi comporto come se lo fossi di già.

E’ il paradosso dello yin e dello yang: solo lasciando entrare la morte nelle nostre vite possiamo davvero vivere.

Carpe diem.

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