La cultura dell’infelicità


Durante la mia infanzia, quando un evento divertente portava un’esplosione di risate fra i membri della famiglia, non era raro che mia madre gettasse secchi di acqua gelida sulla mia ilarità ricordando il monito che era solito farle la sua, di madre: “se oggi ridiamo, domani piangeremo!”

Io prendevo per buona questa affermazione che sanciva il principio universale dell’equilibrio di bilancio cosmico fra felicità e infelicità, evidentemente preparandomi ai miei futuri studi da ragioniere, non accorgendomi di quanto fosse curiosamente unidirezionale la spinta del monito: già, perché stando così le cose, la felicità era da rifuggire in quanto foriera di infelicità futura, mentre l’infelicità era da accogliere in quanto preludio di un domani, se non proprio roseo, quantomeno accettabile.

Quanto fosse contraddittorio e assurdo questo modo di ragionare mi pare ora evidente, ma quando sei fanciullo tendi sempre a prendere incondizionatamente per buone le affermazioni degli adulti di riferimento.

Visto con gli occhi di adesso tutto ciò mi fa sorridere, eppure non posso fare a meno di notare con estrema amarezza quanto tale modo di vedere sia estremamente diffuso nella nostra cultura.

Già, perché se vuoi essere accettato, devi essere infelice; la felicità è malvista dalla società odierna: nella migliore delle ipotesi attira sospetti o invidie. E comunque, una sorta di timore verso un qualche sadico contrappasso cosmico ti frena sempre, prima di manifestare la tua felicità; come a dire: non diciamolo troppo forte che poi qualcuno se ne accorge e prende provvedimenti.

Se sei infelice, invece, non ci sono problemi: la solidarietà del mondo sarà tutta per te, e se anche non dovesse essere così, tutto sommato ancora meglio: avrai la conferma che sì, sei proprio un infelice, e per giunta incompreso!

Dopotutto, appena nato il bambino cosa fa affinché i suoi bisogni vengano soddisfatti? Piange! Poi cresce, diventa adulto e cambia i modi, ma la sostanza rimane quella: per soddisfare i propri bisogni continua a piangere, anche se in maniera più evoluta.

Ti invito a fare un’osservazione: ascolta i discorsi della gente, e suddividi gli argomenti fra positivi e negativi, quindi fai un confronto: quanti sono gli argomenti positivi, e quanti quelli negativi? Non voglio vincere facile, quindi non ti chiederò di accendere la TV e fare altrettanto con le notizie del telegiornale.

Ma sei davvero convinto che il mondo sia così malvagio? Che tutto vada così male? O siamo noi che lo dipingiamo così?

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La verità è che le brutte notizie fanno presto a diffondersi, mentre quelle buone rimangono confinate.

E poiché la negatività è così contagiosa, mi riprometto di stare alla larga da persone e situazioni che ne sono intrise; il che non significa ignorare il dolore, perché quando c’è va vissuto e accolto, non si può evitare e credo sia perfino necessario.

Ma un conto è accogliere il dolore necessario, un altro è volerlo vedere ovunque, andando alla ricerca del male come fanno i medici, tanto per riesumare un altro modo di dire tipico di mia madre, nel paradossale e puerile tentativo di evitarlo; ottenendo invece il risultato opposto: creandone dove non ce n’è.

Se oggi sei felice, vivi fino in fondo la tua felicità: di doman non c’è certezza!

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