Chi si accontenta gode… così così


Da ragazzino un mio compagno di classe aveva una piccola tastiera elettronica, di quelle con le basi ritmiche ed i vari timbri sonori che simulano diversi strumenti musicali. La desideravo molto, e chiesi ai miei genitori di averla. Non ricevetti esattamente quella, ma qualcosa di simile: l’organo della Bontempi, quello con i tasti a sinistra per gli accordi e la ventola rumorosa. Regalo apprezzato, ma non era l’oggetto dei miei desideri, e rimasi con un velo di amaro in bocca.

Più o meno nello stesso periodo scoppiava l’era dei personal computer; l’articolo allora più in voga era il mitico Commodore 64, ed io ovviamente lo chiesi in regalo. Ebbi un computer che mi diede grandi soddisfazioni, sul quale sviluppai i miei primi programmi e poggiai le basi per quello che è il mio attuale lavoro, però fu un MSX della Philips. Anche in questo caso, soddisfatto ma non del tutto: in edicola c’erano centinaia di giochi spaziali per Commodore, ma era sempre difficile trovare qualcosa di decente per MSX.

Quelli che cito sono solo alcuni esempi di un’infanzia caratterizzata non dico da ristrettezze economiche, ma quantomeno da un briciolo di austerità; un susseguirsi di episodi che mi hanno insegnato ad apprezzare ciò che avevo (che devo ammettere era già parecchio) e a non pretendere troppo dalla vita.

Se questo ha i suoi lati positivi, e forse racchiude le basi per raggiungere la felicità, nasconde però un insidioso pericolo, ed oggi mi rendo conto di esserne stato vittima: mi ha abituato a non credere nei sogni. In realtà ha fatto di peggio: al fine di evitare la delusione di non ricevere quanto desiderato, mi ha abituato a non avere più sogni.

E questo è terribile. Perché sono convinto che se mi impegnassi potrei ottenere tutto ciò che desidero (presuntuosetto eh?), il problema è che non so cosa veramente voglio. Ho perso la capacità di fissarmi degli obiettivi. O forse più semplicemente la capacità di ascoltarmi, ma questo è un altro tema.

desiderare

Resta il fatto che un conto è apprezzare quanto si ha oggi, altro paio di maniche è non attivarsi per migliorarlo e non credere in una possibilità di sviluppo. Lo status quo è la morte: dà sicurezza, ma ti uccide dentro.

Ebbene, ti invito a riflettere sulla tua situazione: stai commettendo anche tu il mio errore? Vivi una forma di rassegnazione e ti accontenti, con un sottile ed appena percettibile retrogusto di insipido in bocca, o usi tutto il buono di cui disponi come capitale da investire per puntare alle stelle?

Ricordando la parabola dei tre talenti, io capisco di avere sbagliato fino ad oggi e mi impegno a cambiare rotta. E tu?

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