Parole parole parole…


Voglio proporti un esperimento mentale.

Immagina di essere figlio di un ricco industriale, hai circa 5 anni, i tuoi genitori dicono che questo week-end andrete a fare una gita con la nuova barca appena comprata. Non avevi mai visto una barca prima d’ora, ma l’esperienza è decisamente entusiasmante: com’è bello correre avanti e indietro sul ponte col vento fra i capelli, magari qualche onda più alta ti fa sembrare di essere sulla giostra. Passano gli anni, cresci, ti capita sovente di passare del tempo sulla barca di papà; adesso sei adolescente, porti gli amici in vacanza con te; quando vuoi farti bello con le ragazze, con facilità ti giochi la carta della gita in barca.

Adesso riavvolgi il nastro: hai sempre 5 anni, ma sei il figlio di un pescatore. Papà si sveglia presto al mattino, quando è ancora buio, per andare al lavoro. Ha sudato parecchio per racimolare i soldi che gli hanno permesso di acquistare a rate la barca con cui lavora; qualche volta ti ha portato con sé, è stato divertente, anche se con tutte quelle reti, i remi, il salvagente, di spazio per muoversi a bordo non ne avevi poi molto, dovevi stare attento a non fare movimenti bruschi per non cadere in acqua. Però conservi ancora il ricordo della prima volta che sei salito sulla barca, e del giorno successivo quando lo hai raccontato a tutti i tuoi amici, com’eri felice! Sei cresciuto, adesso qualche volta esci al mattino presto con papà per aiutarlo, rubando qualche ora allo studio. E’ faticoso, ma ti dà un senso di serenità e lo fai volentieri.

Ti sei immedesimato? Bene. Adesso considera la parola ‘barca’ e dimmi: quando viene pronunciata ai due individui immaginari, pensi che i concetti che essa richiama alla memoria siano identici nei due casi? Facciamo un esempio: supponiamo che in età adulta si ritrovino ad affrontare problematiche che coinvolgono la dimensione di una barca (progettazione di un motore nautico, gestione della logistica per il trasporto di imbarcazioni, ecc.): le problematiche che di primo acchito tenteranno di affrontare saranno simili o divergeranno?

La domanda è ovviamente retorica: sicuramente, pur rimanendo costante il vocabolo, le aree mentali ad esso associate saranno molto differenti. Al primo richiamerà concetti come ‘grandi dimensioni’, ‘equipaggio’, ‘feste a bordo’, ‘vacanze’; il secondo penserà a ‘notte’, ‘lampare’, ‘verniciare’, ‘silenzio’.

E quello che accade in questo esempio un po’ estremo e romanzato non è l’eccezione, ma la regola della vita quotidiana: le parole non hanno un valore assoluto, ma sono inestricabilmente legate alla cultura e alle esperienze di ciascuno di noi. Peccato però che siano (ritenute) lo strumento principe per comunicare: io dico ‘appuntamento stasera all’angolo della strada vicino al fiume’ e tu capisci esattamente questo, ne sei sicuro, quando stasera mi chiamerai sul telefonino dall’angolo opposto a quello che intendevo mi ripeterai esattamente le stesse parole, per dimostrarmi che avevi capito, e io te le ripeterò nuovamente per dimostrarti che invece no, in base alle mie indicazioni non ti dovresti trovare lì, ma il dato di fatto è che la comunicazione è fallita.

Se pensiamo al nostro cervello come ad una superficie sulla quale si formano delle aggregazioni di concetti (un po’ come il piano di un tavolo sul quale cadono goccioline di pioggia che, quando sono vicine, si uniscono a formarne una più grande), allora la parola è un punto che si erge al di sopra del piano, e sintetizza (semplificandola) l’entità complessa sottostante. Prima nasce il concetto, poi lo si etichetta: ma l’etichetta deve per forza eliminare dettagli, un po’ come la mappa semplifica il territorio.

Immagine mentale

Appena uso l’etichetta, mi viene attivata un’area cerebrale, e la stessa cosa succede a te, ma non è detto che le due aree attivate corrispondano…

Si tratta di un problema? Be’, sicuramente è un problema non rendersi conto di questa dinamica: non risalire alle intenzioni di chi parla per capire quello che effettivamente sta dicendo, ma fermarsi alla superficie, alla lettera del comunicato (ed è già tanto se lasciamo finire di parlare il nostro interlocutore, perché spesso abbiamo già capito tutto prima ancora che finisca la frase).

Chi lavora in un’azienda come me non avrà difficoltà a notare fenomeni di questo tipo: riunioni fiume in cui si parla di tutto e di niente, si esce spesso dal filone principale, si alza la voce, terminando poi con un salomonico accordo fra i partecipanti, salvo poi, da un dialogo estemporaneo alla macchinetta del caffè, ribaltare le conclusioni a cui si era giunti pochi minuti prima… e riconvocare una riunione chiarificatrice…

La diversità delle nostre mappe mentali non va però visto come un problema, anzi secondo me è una ricchezza, ma non va ignorata: pensiamoci… e teniamo sempre bene in mente che la parola è uno strumento, non va idolatrata come fine a sé stessa; non caricare di assolutismo la tua definizione di un concetto, se ti vuoi concedere il lusso di interagire col mondo.

Le parole hanno poi un altro effetto temibile: rappresentano degli insiemi, individuano delle categorie, ti collocano da una parte o dall’altra del confine: e gli effetti perniciosi di un uso in mala fede di questo meccanismo vanno ben oltre la mancata comunicazione, ma di questo parlerò in un articolo successivo…

10 pensieri su “Parole parole parole…

  1. bytesforlunch

    Complimenti Marco, hai creato una rappresentazione ‘in parole’ davvero dettagliata circa la lontananza che c’è tra le idee e le parole, e di come questa lontananza diventa addirittura “siderale” quando si interagisce con altri individui.

    Ciao, Fra.

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  2. darkzena

    Molto bella ed espressiva, mi ha fatto venire in mente i momenti che uscivo in barca con amici. “e capisco perché molto spesso non ci si capisce”
    DarkZena

    Rispondi
  3. marcotheavalanche

    Caro Marco,
    la scena della riunione + macchinetta del caffé mi ha ricordato un paio di scene che ho visto quando ero dei vostri.
    Essenzialmente, quello che descrivi è noto come “bias conoscitivo”: è intimamente legato alle esperienze pregresse dell’individuo, che fungono da “anchor” (termine adattissimo, visto che parlavamo di natanti! ;-P) e che comunque non sono conoscibili a priori. E’ per quello che si fa fatica a capirsi con chi non si conosce bene: non si è condiviso pressoché nulla, del vissuto.
    Bye!
    MaC

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  4. Laura

    Bellissimo questo post, se cercassimo sempre di andare oltre il lessico del nostro interlocutore di sicuro potremmo crescere mentalmente un metro al giorno e saremmo utili al prossimo nel fare lo stesso. Nell’ultima parte invece invece hai aperto, secondo me, un’altra questione che riguarda appunto l’uso negativo che si puo’ fare della parola. Che dire per esempio delle parole associate ripetutamente e volutamente alle immagini ?

    Rispondi
    1. Marco Perasso Autore articolo

      In particolare, mi riferivo all’utilizzo ‘disinvolto’ di etichette che spesso ti vengono appioppate con intento di strumentalizzazione… ma su questo c’è materiale a sufficienza per altri articoli…

      Rispondi
  5. Pingback: Attenzione, allontanarsi dal binario: pensieri in transito. « Fuori dal solco

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